di Alessandro Risso
Emerge spesso una domanda: ha senso aderire da Popolari al Partito democratico? Con ciò non si intende se ha senso la prospettiva politica del PD come contenitore e sintesi della grande famiglia dei riformisti italiani, in cui i Popolari hanno pieno titolo di collocarsi. Il problema – sollevato sia da cattolici sia da persone con altri riferimenti culturali sia da giovani democratici che non ragionano con schemi passati – è piuttosto capire se il riferimento a una cultura politica nata a fine Ottocento e sviluppatasi in Italia e in Europa nel corso del Novecento non rappresenti una debolezza nella costruzione del nuovo soggetto politico. Insomma, definirsi Popolari nel Partito democratico sembra quasi voler erigere uno steccato per delimitare il proprio spazio chiudendosi ad altri. I Popolari rischiano di essere visti come reduci che innalzano inutilmente il loro logoro gonfalone – “i nostalgici saranno perdenti!” ammonisce un amico di Grignasco –, o più banalmente di essere confusi fra coloro che cercano di costruire il proprio orticello correntizio in un partito che, come ci ha scritto il segretario del Circolo PD di Grugliasco, “ha bisogno del contributo di ciascuno a prescindere dalla sua provenienza”.
Cerco di rispondere a questi legittimi dubbi.
Non devo ricordare qui cos’è il popolarismo sturziano e quali sono i suoi valori. Qualcosa si trova sul sito e a quei documenti rimando. Di certo gli ideali di democrazia, libertà, giustizia sociale, solidarietà, ricerca del bene comune sono un nostro patrimonio. Il rispetto della persona, la valorizzazione delle autonomie locali, l’attenzione ai risvolti sociali dell’economia di mercato, la moderazione e l’eticità nei comportamenti sono altri segni distintivi del nostro modo di intendere la politica. Di tutto questo non pensiamo di avere l’esclusiva, ci mancherebbe. Crediamo anzi che possano essere valori fondanti e condivisi per tutti i democratici.
A queste sensibilità ne aggiungiamo alcune di ispirazione cristiana, declinate all’insegna di quel valore di laicità che portiamo nel nostro DNA culturale. Sturzo e De Gasperi sono stati fulgidi esempi di laicità nell’agire politico. Non sventoliamo la nostra fede: lo fanno già troppi atei devoti (e interessati). Preferiamo costruire la città dell'uomo nelle scelte di ogni giorno, senza nasconderci dietro fondamentalismi di comodo.
Se ci dichiariamo in difesa della vita lo facciamo sempre rispettosi delle sofferenze fisiche e psichiche che tanti uomini e donne si trovano a dover affrontare messi di fronte alle difficoltà e alle scelte dell’esistenza. Se sottolineiamo il valore della famiglia come nucleo fondante della società, non lo facciamo per bigottismo filo clericale ma nella convinzione (e nella constatazione, in questi anni di crisi) che l’istituto familiare oltre al proprio valore etico abbia un fondamentale ruolo di ammortizzatore sociale nel solidale aiuto tra persone e generazioni. Se difendiamo, insieme alla scuola pubblica, anche la scuola paritaria (che qualcuno confonde con la scuola privata) è perché ne vediamo chiaro il ruolo educativo di qualità che va ad affiancare e potenziare il servizio pubblico.
Avendo nel bagaglio tutto questo retroterra, molti Popolari si impegnano a vari livelli affrontando i problemi sociali, economici, amministrativi e cercando proposte risolutive o migliorative, convinti che fare politica è essere dalla parte della gente, in primis dei più deboli. E tanti Popolari cercano di dare il loro contributo all'interno del PD, democratico e riformista.
Di questo partito temiamo tre possibili derive. La prima è quella laicista, che pensa di risolvere ogni problema garantendo i diritti del singolo, all’insegna dell’individualismo radicale: di Viale in lista a Torino si poteva francamente fare a meno. La seconda deriva è quella “comunista”, pensare cioè il PD come ennesima trasformazione del PCI-PDS-DS, il nuovo grande partito della sinistra italiana: con una tendenza all’egemonia sia verso altre forze di sinistra sia nei confronti di chi rappresenta le ragioni del “centro”. La terza è quella “dorotea”, intendendo l’esercizio del potere fine a se stesso, avendo come prima (e a volte unica) preoccupazione la perpetuazione del potere stesso, non disdegnando l’uso di pratiche deteriori.
Certamente anche i Popolari non sono esenti da limiti, ambizioni personali, divisioni, piccinerie, come in qualunque gruppo politico o dopolavoristico. Si sente inoltre la mancanza di una leadership riconosciuta a livello nazionale, dove i Popolari hanno perso la loro fisionomia e si sono trasformati in mariniani, franceschiniani, bindiani, lettiani, fioroniani... Che tristezza!
Malgrado ciò, i Popolari pensano di avere molto da dire e molto da dare al Partito democratico, a livello centrale e nelle tante periferie d’Italia. Nello spirito di collaborazione con chi proviene da altre storie ed è accomunato da una coscienza civile alimentata dai valori prima elencati. Quest’aura positiva, che potremmo definire “lo spirito dell’Ulivo”, è presente e vitale nel PD, malgrado incertezze e inciampi di percorso. I Popolari hanno aderito, anzi, hanno incarnato questa volontà di incontro e sintesi tra culture diverse e di inclusione di persone nuove, di “buona volontà”. Si potrebbe dire che nel PD tanti sono Popolari senza saperlo. Ma non è importante appiccicare etichette: quello che conta sono le persone e le idee.
Se l’insegna “Popolari” all’interno del Partito democratico può rappresentare un intralcio per dialogare al meglio con nuovi compagni di strada, potremmo anche fare il sacrificio di rimettere il gonfalone nel cassetto e proporre una nuova ragione sociale. Dopo tutto Sturzo per lanciare il nuovo soggetto politico nel 1919 si rivolse ai “liberi e forti”, mica ai soli cattolici, e volle il nome laico di Partito popolare, non di Partito cattolico.
Per chiarire subito le buone intenzioni di chi si riconosce con questo spirito dialogante e inclusivo nel progetto PD, cercando di abolire steccati ormai superati per andare al sodo di proposte politiche adeguate ai tempi, questa nuova corrente si potrebbe chiamare dei “Costruttori”. Mi pare che rispetto ai gruppi personali o ai “Rottamatori” il nome stesso dia già un tono diverso.
Dei Popolari non rinneghiamo nulla né riponiamo null’altro, oltre all'insegna. Per costruire il futuro, il bagaglio del passato serve eccome.



